Fabbriche dimenticate

Designer: Stefano Sandonnini
Foto: Stefano Sandonnini
Due anime che appaiono convivere in grande armonia: quella del fotografo e quella del viaggiatore

Parlare di fotografia ed utilizzare una breve intervista per presentare l’opera di un fotografo potrebbe risultare riduttivo e semplicistico, poiché presuppone il tentativo di presentare tramite le parole una realtà sovente intraducibile. In realtà si tratta spesso di una battaglia già persa in partenza, poiché lotta impari della parola rispetto alla potenza dell’immagine.


Intervista a Stefano Sandonnini

Guardando le sue foto ci si trova davanti a due anime che appaiono convivere in grande armonia: quella del fotografo e quella del viaggiatore. Vi è la grande curiosità del viaggiatore che scruta ogni angolo, ogni dettaglio di realtà nascoste e magari contraddittorie e difficili ed – allo stesso tempo – l’istinto del fotografo pronto a fermare ogni attimo irripetibile, l’inquadratura mai banale dei soggetti, letti sotto una nuova luce. Vedere, ricordare, narrare, interpretare. Come descriverebbe la sua ricerca?
La mia ricerca è una cosa istintiva, quando decido di intrufolarmi in questi ambienti abbandonati e scorgo tutto quello che mi appare davanti cresce dentro di me una fantastica emozione ed euforia che cerco di trasformare in opere di suggestivo impatto cromatico trasformando così pezzi ormai inutili di una lontana epoca siderurgica in quadri pittorici astratti che il tempo ha creato logorando strutture e colori. Io scruto e compongo immagini già esistenti, la sensibilità e l’istintività del mio occhio fotografico fanno ciò che farebbe un pittore con la sua tela ed il suo pennello.

Luoghi della fatica, fabbriche dimenticate, spazi cosiddetti della memoria: la materia con cui sono costituiti gli oggetti e la “spiritualità” che continua a trasudare anche dai luoghi non più frequentati e forse anche dimenticati, una memoria legata indissolubilmente alle tracce di quegli uomini che di là sono passati e che lì hanno vissuto. Come si può tradurre tale affascinante complessità in un’immagine?
Si fa sentendo le emozioni che trasmette il luogo in quell’istante, nel silenzio che ti circonda si trovano ispirazioni inaspettate che sfociano in questi fotogrammi.

Non vi é poi forse diversità fra “ritratto” e “natura morta”? O meglio anche una frantumata pulsantiera in disuso od un insieme colorato di cavi e spezzoni di tubi di una fabbrica dimessa sono da considerarsi ritratti più che esempi di una natura inanimata?

Certo, ritratti veri dove le rughe del viso vengono sostituite dalla ruggine e dalle crepe dei materiali, donando vita a pezzi riconosciuti fino ad allora solo come materiali da lavoro e non certo come opere d’arte.

Acciaio: luce e parti in ombra, geometrie dai contorni netti ed parti sfrangiate ed imprecise, graffi, ruggine ed incisioni, sfumature di colore disegnate dal passare del tempo e dell’operare dell’uomo. La complessità nel fotografare questo materiale come può essere descritta?

Per me non è per nulla difficile fotografare questo tipo di cose: loro sono lì in attesa solo di essere immortalate, poi certo sta nella sensibilità personale dell’artista di vedere oltre alla banalità.

Marina Cescon
Acciaio Arte Architettura 47