La cartiera e il ponte

Foto storiche: Archivio Burgo
I maestri che per primi hanno esplorato le potenzialità espressive del nuovo materiale, il cemento armato, producendo invenzioni fondate sulla sperimentazione strutturale di nuove figure statiche coniugata con le tecnologie costruttive e di cantiere.

Pier Luigi Nervi a Mantova

P. L. Nervi (1891-1979) scrive la storia della prima grande stagione dell’ingegneria strutturale moderna, insieme a Robert Maillart (1871-1941), Eugene Freyssinet (1879-1962) ed Eduardo Torroja (1899-1967), maestri che per primi hanno esplorato le potenzialità espressive del nuovo materiale, il cemento armato, producendo invenzioni fondate sulla sperimentazione strutturale di nuove figure statiche coniugata con le tecnologie costruttive e di cantiere.
A partire dagli anni ’20 ma in particolare tra gli anni ’50 e ‘60, in Italia, sul piano teorico con Gustavo Colonnetti (1886-1968) e Arturo Danusso (1880-1968) e sul piano operativo, dato anche il clamore internazionale suscitato, con Nervi insieme a Riccardo Morandi (1905-89) , poi seguiti da Sergio Musmeci (1926-1981) , Silvano Zorzi (1921-1994) e Fabrizio De Miranda (1926) , si costituisce un corpus di studi e opere avanzatissimi nelle discipline dell’ingegneria strutturale, che proiettano la figura dell’ingegnere strutturale sulla scena dell’architettura, dove si incontrano inoltre molte altre figure di eroi misconosciuti , che danno via via forma all’urbanistica di regime e all’architettura razionalista, alla ricostruzione e al miracolo economico (il piano Fanfani), alle Olimpiadi di Roma (1960) e alle celebrazioni ‘Italia ‘61’di Torino (1961).
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Nella vastissima produzione di Nervi, la cartiera Burgo costituisce uno degli esempi meno ‘nerviani’, fondato sulla dicotomia struttura/involucro che risolve, attraverso il procedimento compositivo del montaggio di figure della statica e della costruzione (il ‘ponte’ in cemento armato e acciaio, la ‘scatola’ in acciaio-vetro), le necessità di un impianto industriale complesso per la produzione della carta.
Ancor oggi in esercizio, appare alle porte di Mantova come un’immane relitto arenato sulla sponda del Mincio.
Le vicende legate alla concezione dell’edificio ne restituiscono le ragioni profonde dell’invenzione formale e strutturale. Il layout funzionale elaborato nel 1960, prevede un ambiente-involucro per l’alloggiamento di una grande macchina lunga circa cento metri per la produzione della carta in bobine, privo di ingombri statici su un fianco in previsione del raddoppio dell’impianto: il raddoppio della struttura non avviene, ma il layout funzionale induce il tema progettuale di una struttura su grande luce longitudinale.
La soluzione di un volume costruito su una struttura ad arco appare eccessivamente dispendiosa, superata dall’idea di scindere staticamente e figurativamente l’impianto strutturale dell’edificio attraverso l’impiego di una struttura da ponte sospeso a sostegno della copertura del volume contenente la grande macchina, reso staticamente indipendente.
La struttura statica viene dunque estroflessa, ed è questo il tratto saliente ed affatto eccezionale di quest’opera, unitamente all’impiego dell’acciaio, certamente non usuale per Nervi che si avvale della collaborazione dell’ingegnere Gino Covre, specialista del settore .
Il risultato è un sistema bipartito, composto dal volume-involucro e dal ponte-copertura, che rompe con la tradizione nerviana del manufatto unitario, monolitico anche dal punto di vista formale.
Il volume-involucro è costituito da un basamento in cemento armato, sottolineato figurativamente da un paramento esterno in laterizio, sul quale poggia la grande navata che contiene la macchina per la carta, tamponata in acciaio e vetro a sottolineare la gerarchia delle parti.

Il basamento ha due livelli sui quali si svolge il processo produttivo della carta, culminante nella grande macchina collocata alla quota del primo solaio (+7 metri circa rispetto alla quota del terreno).
La navata ha una larghezza di 30 metri circa, una lunghezza di 250 metri circa e un’altezza di 15 metri circa (altezza netta 11.50 metri circa).
Verso l’esterno, una controparte di 4.85 metri di altezza (il basamento suddetto rivestito in laterizio), staccata di 80 centimetri circa da quella interna, definisce il muro cavo (vano tecnico e di servizio) sulla cui testa si imposta la sequenza dei ritti in acciaio del tamponamento. Staticamente ciascun ritto è una mensola verticale, incastrata al piede, che si configura perciò come un curtain-wall rovesciato, dispositivo tecnico che rende indipendente la pelle dell’edificio dalla struttura della sua copertura: il tamponamento del volume-involucro e l’impalcato del ponte-copertura possono muoversi indipendentemente per effetto delle differenti deformazioni, senza compromettere il funzionamento dei componenti.
E’ la linea liminare tra le due parti del sistema bipartito anzidetto, punto di discontinuità che ne determina l’originaria debolezza costruttiva per effetto della condensa indotta dal ‘ponte termico’ relativo.
I ritti hanno un’altezza di 13.50 metri circa e una larghezza costante, misurata sul fronte, di 25 centimetri e sono disposti con interasse di 1.50 metri per resistere al carico del vento sulle amplissime facciate oggi ‘restaurate’ , dopo le numerose alterazioni avvenute nel tempo: la sezione, costituita da uno scatolare cavo ottenuto per unione di due elementi a C, con anima rinforzata (disponibile a contenere i tubi dei pluviali collocati ad interasse di 4.50 metri), si rastrema invece in altezza da 90 a 35 centimetri circa, verso le due estremità, superiore ed inferiore, a partire dalla quota di 1.85 metri dall’imposta.
Il ponte-copertura. La tipologia strutturale è quella del ponte sospeso costituito da due coppie di piloni in cemento armato, dodici catenarie in acciaio, ottantaquattro cavi sospesi paralleli in acciaio e dalla griglia di reticolari della copertura, sempre in acciaio.

I cavalletti sono costituiti da un montante inclinato sostenuto da un puntone più corto lavorante a compressione, secondo una forma a lambda che raggiunge l’altezza di 47 metri. Per minimizzare l’incidenza economica delle casseforme, data la forma non regolare della sezione che vuole disegnata dal diagramma delle tensioni, Nervi dispone le sue specifiche ricerche sulla prefabbricazione strutturale , realizzando dei casseri prefabbricati a perdere in ferrocemento eseguiti a piè d’opera, di 80 tipi, montati con l’ausilio di pilastrini di irrigidimento: posizionati in sequenza in funzione dei programmi di getto dei calcestruzzi, essi costituiscono l’attuale finitura esterna e determinano l’immagine finale delle stupefacenti figure dei piloni.
I cavalletti sono collegati trasversalmente da travi in cemento armato (una a metà altezza e l’altra in sommità) e recano all’estremità superiore due camere, o ‘cassoni’, disposti al di sopra della seconda trave di controvento: tali camere, di sezione pentagonale irregolare (di ingombro piano di 6 metri circa di base e di 5 metri circa d’altezza) hanno un’anima d’acciaio rivestita di cemento armato, sono dotate di foro circolare d’aerazione e passo d’uomo ø 65 centimetri circa e alloggiano gli ancoraggi delle quattro catenarie cui sono collegati i tiranti di appendimento delle travi principali della copertura.
Le catenarie sono poligonali con inviluppo parabolico, costituite da barre in acciaio snodate formate da ferri piatti giuntati tra loro e collegate ai cassoni a mezzo di un dispositivo idraulico (martinetti idraulici per il controllo delle tensioni): ciascun elemento della poligonale di lunghezza compresa tra i 13.60 metri circa e i 6.30 metri circa è collegato mutuamente e ai cavi verticali di appendimento attraverso un nodo complesso. I tiranti sono realizzati da una sequenza di cavi paralleli ø 45 millimetri disposti ad intervallo di 10 metri circa, a sostenere le travi principali longitudinali della copertura vera e propria.

La copertura, interamente in acciaio, di dimensioni 250x30x2 metri, è costituita da una struttura composta da un sistema di travi principali longitudinali, appese ai tiranti suddetti, collegate ortogonalmente da un’orditura secondaria, con travi diagonali di controventamento. Essa è vincolata in corrispondenza dei cavalletti attraverso piastre di bloccaggio longitudinali e trasversali che ne impediscano la traslazione. Il pacchetto di copertura d’estradosso, disposto su incavallature con elementi distanziatori per le idonee pendenze trasversali, è costituito da una lamiera grecata Alusic ancorata a pannelli di Eraclit, previa interposizione di cartonfeltro bitumato, mentre all’interno una controsoffittatura di pannelli ondulati in vetroresina caratterizza la finitura d’intradosso.
Leggere i progetti di Nervi significa ripercorrere interamente, senza soluzione di continuità, il processo che va dall’ideazione alla costruzione : una ricerca tesa tra i vincoli del tema posto e l’idea architettonica che caratterizza la nascita di un nuovo edificio.
Scrive Nervi: “L’opera architettonica non è tale se non quando è diventata realtà vivente di materiali ed organismo atto a soddisfare gli scopi funzionali ed economici per cui è sorta. […]. L’opera architettonica dovrà quindi corrispondere a molteplici vincoli e requisiti che si possono raggiungere nelle tre grandi categorie della statica, funzionalità ed economia. Il soddisfare questi vincoli, l’armonizzarsi con l’idea estetica fondamentale o, per meglio dire, il farli diventare termini di linguaggio e mezzi espressivi di essa, costituisce la vera essenza del problema architettonico e una delle principali cause della incomparabile elevatezza dell’Architettura” (P.L. Nervi, Scienza o arte del costruire?, Roma 1945, p. 12).
Architettura oggi è ancora statica, funzionalità ed economia?


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