Acciaio e sperimentazione

Architettura per l'industria nell'Italia degli anni Sessanta.

I processi di industrializzazione del XVIII secolo, coincidono, come noto, con le profonde trasformazioni delle tecniche di produzione, seguite all’introduzione dei moderni macchinari.
Il progresso tecnologico che ne consegue scaturisce da un complesso quadro di sperimentazioni, cui non sono estranee esperienze italiane: una delle prime ruote idrauliche, costruita in Inghilterra nel 1717 da John Lombe nel setificio sul fiume Derwent, era infatti ispirata agli impianti presenti nelle filande del Bel Paese[i]. Questo rappresenta però uno dei pochi significativi apporti della tecnologia italiana all’iniziale sviluppo della Rivoluzione Industriale, che se stenterà ad imporsi nella penisola, si diffonderà, invece, rapidamente in larga parte d’Europa e d’America.

L’Italia resta pertanto esclusa dal novero delle nazioni industrializzate sino agli inizi del Novecento, quando le politiche di settore[ii] e la disponibilità di un efficiente sistema infrastrutturale[iii] possono finalmente garantire condizioni favorevoli all’affermazione di un moderno sistema industriale. Nel secolo breve la fabbrica produce una profonda metamorfosi del tessuto sociale ed economico del paese e costituisce un pervicace motore di trasformazione del paesaggio periurbano, che diviene paesaggio industriale, con la conseguente perdita di una tradizione contadina secolare. L’industria diventa pertanto l’emblema della nuova economia nazionale e del proletariato urbano, assurgendo al ruolo di protagonista nell’organizzazione di un modello sociale inedito nel contesto italiano. All’importanza crescente assunta dai luoghi della produzione nel quadro socio-economico nazionale, non corrisponde però un’adeguata riflessione sul tema progettuale della fabbrica, più spesso avvertita come mero tema funzionale e per questo trascurata dal dibattito architettonico nazionale. Pur l’interesse suscitato negli anni Trenta da articoli apparsi sulle pagine di Costruzioni-Casabella[iv] o gli episodi eclatanti del Lingotto di Giacomo Mattè Trucco (1915), della Nuova ICO di Ivrea di Luigi Figini e Gino Pollini (1934-1956) e della fabbrica Olivetti a Pozzuoli, di Luigi Cosenza (1955), non riescono a risollevare le sorti di una produzione edilizia che è più spesso schiacciata su soluzioni convenzionali ed ordinarie. L’industria delle costruzioni si mostra indifferente all’opportunità di conseguire un’eccellenza in termini di elevati standard qualitativi degli edifici e ciò si ripercuote sulla mancata diffusione della struttura metallica, poco utilizzata per gli alti costi di produzione e per la necessità di disporre di manovalanze specializzate. L’acciaio e la fabbrica restano pertanto, nello specifico italiano, un binomio solo potenziale, quasi mai indagato.

Soltanto alcune isolate figure si confrontano, infatti, con questo tema ed individuano nel rapporto con l’industria e nelle nuove opportunità offerte dal progresso tecnologico i fondamenti di una sperimentazione che si pone in continuità con le coeve ricerche internazionali. Tra queste emerge per il prestigio con cui viene accolta, quella dell’architetto tedesco Konrad Wachsmann, i cui risultati influenzano gli obiettivi e gli strumenti di una ricerca nuova che giovani architetti mettono a fuoco per procedere ad un radicale ripensamento dell’architettura, più in generale, e del tema dell’edificio industriale in particolare. In tale ambito Eduardo Vittoria, Bruno Morassutti e Marco Zanuso, sviluppano personali percorsi di ricerca che vedono protagonista l’acciaio. Questi studi risentono dei presupposti teorico-sperimentali e delle esperienze progettuali di ciascuno.

La costruzione in acciaio e l’architettura per i luoghi di produzione sono, ad esempio, temi ricorrenti nella prassi progettuale di Vittoria. Nell’Officina Attrezzaggio della Olivetti a San Bernardo (1961) l’architetto napoletano parte da una ricerca che si configura come un’indagine sistematica sugli aspetti strutturali, tecnologici e formali specifici degli edifici industriali. Presupposto teorico-metodologico e fondamento della progettazione dell’Officina a San Bernardo, nella immediata periferia di Ivrea, infatti, è il “modello quantità”, struttura modulare alla base dello sviluppo organico dell’edificio, nella sua duplice natura di elemento tecnologico e “di misura unitaria in grado di confrontarsi dimensionalmente con le altre componenti ambientali del paesaggio, quale quantità misurabile per numero e grandezza, [...] prototipo [...] riproducibile in una serie più o meno ampia di esemplari”[v].

Ne consegue un’architettura in acciaio concepita come sistema aperto che ammette ampliamenti successivi, rispondenti alla richiesta di nuovi spazi dell’edificio[vi]. Volendo garantire un elevato potenziale in termini di possibili riconfigurazioni dello spazio, Vittoria elabora specifiche strategie progettuali che coinvolgono aspetti diversi: la struttura, ampliabile attraverso uno studio accurato delle connessioni tra gli elementi resistenti che costituiscono il “modello quantità”; le partizioni fisse, ridotte allo stretto necessario; la copertura, che garantisce un’illuminazione naturale diffusa[vii]; la rete degli impianti integrata con la struttura ed estesa, secondo direzioni preferenziali, a tutta la superficie.

Nel progetto della fabbrica di Scarmagno, Zanuso, che si avvale in questa occasione della collaborazione di Vittoria, arriva a sperimentare l’acciaio mettendo a frutto la lunga e personale esperienza dell’impiego del calcestruzzo armato precompresso[viii]. Il committente è sempre la Olivetti che nel 1962 commissiona loro il progetto di nuovi complessi industriali nel nord Italia e nel meridione, che avrebbero dovuto affiancare le attività delle fabbriche di Ivrea e di Pozzuoli. Secondo i propositi dell’impresa piemontese l’edificio sperimentale di Scarmagno avrebbe dovuto assumere la valenza architettonica di prototipo da reiterare successivamente anche a Crema e Marcianise.

L’intervento a Scarmagno si scosta notevolmente dalla precedenti esperienze eporediesi di Vittoria; se analogie si ritrovano nella progettazione modulare e nell’approccio metodologico, le differenze sono evidenti nelle soluzioni proposte. Nell’officina attrezzaggio di San Bernardo e nell’ampliamento della Nuova ICO, il tema della flessibilità viene risolto con una struttura puntuale diffusa che individua un rapporto ottimale tra le sezioni contenute degli elementi resistenti e le superfici da coprire, mentre nell’edificio di Scarmagno il tema di progetto è quello della grande luce, da superare con la struttura metallica modulare[ix]. La richiesta di grandi superfici che il nuovo complesso industriale deve soddisfare implica che ogni singolo “modulo-oggetto” abbia dimensioni notevoli, superiori a quelle del precedente “modello quantità” e ciò ne consente un funzionamento autonomo o aggregato[x].

La fabbrica di Longarone, di Morassutti, sin dalle prime battute apre ad una dimensione prototipale. Realizzata nel 1966 in pochi mesi[xi], l’opera rappresenta un intervento esemplare per l’introduzione di tecniche di prefabbricazione fuori opera e per l’approccio sistemico che ha guidato il progetto dalla scala territoriale – funzionale ad un organico inserimento nel paesaggio – alla scala del dettaglio, nella definizione di ogni singolo componente edilizio complesso.

La caratterizzazione della dimensione prototipale parte dallo sviluppo di una struttura modulare, leggera e flessibile in cui l’approfondito studio delle connessioni tra gli elementi resistenti assurge a presupposto per conseguire un altro obiettivo per lui altrettanto importante: la rapidità nel montaggio. Lo sforzo non è vano: la soluzione trovata è tale che la struttura verrà montata in sole tre settimane e, in quanto potenzialmente ampliabile anche in altezza, replicabile nel progetto per uffici ed industria a San Donato Milanese.

A Longarone, come a San Bernardo e Scarmagno, il progetto della fabbrica si concentra dunque sullo sfruttamento delle potenzialità tecnologico-costruttive dell’acciaio, ma gli elementi che concorrono ad individuarle -  innanzitutto “strutture reticolari spaziali in copertura”[xii] e colonne composte[xiii] – trovano in questa esperienza di Morassutti una diversa declinazione, in ragione dell’obiettivo primario perseguito cui concorrono decisamente sia la leggerezza della struttura sia l’attenzione ad una puntuale organizzazione delle fasi operative, oggetto anch’essa di un approccio rigoroso che conduce a significative innovazioni nella organizzazione delle fasi operative, specie se rapportate a quelle del cantiere tradizionale dell’Italia degli anni Sessanta.

Le esperienze di Vittoria, Zanuso e Morassutti mettono in evidenza come sperimentare con l’acciaio sia possibile anche in un contesto difficile quale quello italiano e come questa sperimentazione abbia implicazioni complesse che richiedono un approccio progettuale improntato alle metodologie operative del design industriale[xiv]. Tale approccio è stato in seguito ripreso anche da altri architetti italiani che hanno saputo valorizzare, facendo proprie, sollecitazioni provenienti ancora una volta dall’Europa[xv].

Di Renato Morganti, Alessandra Tosone, Danilo Donato



[i]     “L’austero stabilimento a cinque piani, costruito da John Lombe nel 1717, fu probabilmente la prima fabbrica meccanizzata al mondo, le cui innovazioni erano ispirate alle sue osservazioni dei setifici italiani. La sola ruota idraulica di proporzioni erculee azionava il fitto intreccio di bobinatrici e ritortitrici che la sovrastavano”. Cfr. G. Darley, Factory, Reaktion Books, London, 2003; trad. it. Fabbriche, Origine e sviluppo dell’architettura industriale, Edizioni Pendragon, Bologna 2007, pg. 105.

[ii]    Come rileva Romano Jodice, nel periodo giolittiano che precede il primo conflitto mondiale “quasi tutte le forze attive della Nazione, [furono] riunite in un consenso […] che costituì una base sufficientemente stabile per il progresso economico e civile del Paese”; cfr. R. Jodice, L’architettura del ferro – l’Italia (1796-1914), Bulzoni editore, Roma, 1985, p. 50. Nei primi tre lustri del secolo breve in Italia l’industria manifatturiera raddoppia la produzione di fine Ottocento, mentre quella siderurgica sfrutta appieno le risorse minerarie dell’isola d’Elba – fino ad allora destinate in larga parte all’esportazione – e procede ad un consistente progresso tecnologico grazie all’introduzione degli impianti di altiforni a coke, importati dalla Germania in base ad accordi commerciali stabiliti dalla Triplice Alleanza.

[iii]   Il sistema infrastrutturale italiano all’inizio del Novecento è costituito, in larga misura, dal trasporto su rotaia, che si estende all’intera penisola; come rileva lo stesso Jodice “già alla fine dell’Ottocento, con 16000 km di lunghezza complessiva, la rete ferroviaria poteva dirsi conclusa”; cfr. ivi, p. 51.

[iv]   Negli anni Trenta Giuseppe Pagano pubblica su Costruzioni-Casabella una serie di articoli sul tema specifico della fabbrica, tra i quali: L’architettura delle città industriali, nei nn. 102-103, pp. 22-23; Civiltà industriale, nel n.75, pp. 2-11. Negli anni in cui Pagano è a capo della rivista, su di essa compaiono altri articoli e saggi, scritti da diversi autori, che si configurano come un vero e proprio programma teorico sull’edilizia per l’industria.

[v]    Cfr. E. Vittoria, Modelli quantità e struttura architettonica del paesaggio, in Zodiac, n. 16, 1966 p.127.

[vi]   L’impianto planimetrico modulare misura 84 x 96 m ed è realizzato con 56 modelli quantità, di 12 m di lato.

[vii]  Le travi principali in copertura sono reticolari piane preassemblate e pronte al montaggio. Reticolari sono anche le secondarie la cui disposizione contrapposta è funzionale alla formazione di lucernari inclinati. Le colonne, a sezione composta, preassemblate e cave per consentire al loro interno l’alloggiamento dei pluviali per lo smaltimento delle acque meteoriche, sono concluse in alto con una geometria aperta, a formare un capitello per garantire il posizionamento e il collegamento delle strutture reticolari di copertura.

[viii] Prima dell’intervento a Scarmagno, Zanuso aveva ricevuto dalla Olivetti un incarico nel 1954 per la costruzione di una fabbrica in Argentina, a Merlo, nei pressi di Buenos Aires, ed un altro nel 1956 per la realizzazione di un edificio industriale in Brasile, nella città di San Paolo. Se l’acciaio rappresenta pertanto un’eccezione nelle prime vicende progettuali dell’architetto lombardo, più tardi sarà un materiale che utilizzerà spesso, come nella sede IBM di Segrate, costruita nel 1975 e nei due edifici residenziali a Milano; nella seconda esperienza interessante è l’utilizzo di una struttura metallica prodotta in serie dalla Feal.

[ix]   La struttura modulare di copertura, con i suoi 45 m di lato, poggia su 4 colonne cruciformi, poste ad interasse di 24 m, ed ha uno sbalzo di 10,5 m su tutto il perimetro. Il modulo in copertura è definito da un ordito principale di travi reticolari piane ortogonali, arretrate rispetto al perimetro e simmetricamente allineate ai lati delle colonne secondo una disposizione binata, e da uno secondario, composto da “strutture reticolari spaziali” che coprono i campi strutturali individuati dalle travi principali.

[x]    Nel caso della fabbrica di Scarmagno le scelte successive della committenza hanno arrestato il processo alla struttura prototipale. Ma puntare sulla flessibilità pare abbia dato buoni frutti: il prototipo del “modulo-oggetto”, successivamente rifunzionalizzato, è stato adibito ad edificio scolastico.

[xi]   L’edificio è stato realizzato a soli tre anni di distanza della frana del Vajont del 1963; in seguito è stato demolito e sostituito.

[xii]  Ogni singolo modulo misura 7,63 x 7,63 m ed in copertura è definito da una “struttura reticolare spaziale a schema ibrido bidirezionale”, ovvero da un graticcio di travi reticolari piane in acciaio, realizzate in officina. Le travi presentano controventi incrociati all’intradosso ed all’estradosso per tutti i campi del reticolo, tranne per quelli destinati ai lucernari ed alle unità di termo-ventilazione. Il graticcio, assemblato a piè d’opera, viene saldato alle piastre preassemblate alle colonne in corrispondenza degli spigoli.

[xiii] La colonna cava è ottenuta dall’assemblaggio di quattro profilati a forma di C in lamiera pressopiegata e quattro angolari a spigolo vivo, l’insieme degli elementi resi solidali mediante elettrosaldatura.

[xiv] Non a caso Vittoria, Morassutti e Zanuso sono attivi nel settore del design industriale. Del primo si ricordano in particolare la libreria Prisma, realizzata dalla Tecno ed il prototipo di cucina per la Triplex; del secondo le sedie ed il tavolo realizzati dalla Benini e la collaborazione con Mangiarotti con il quale firma i progetti per gli orologi Secticon e per una serie di macchine per cucire; dell’ultimo, tra le tante opere, si ricordano in particolare le poltrone Antropus prodotte dalla Arflex, la macchina per cucire realizzata dalla Borletti e la collaborazione con Richard Sapper con il quale condivide i progetti del telefono Grillo e dei televisori Brionvega, premiati più volte con il Compasso d’oro.

[xv]  Tra questi, è significativa la vicenda di Renzo Piano, che in qualità di assistente collaborerà ai corsi tenuti al Politecnico di Milano da Marco Zanuso, e svilupperà una personale ricerca riprendendo gli studi di Jean Prouvé sulle strutture metalliche e di Zigmunt Stanislaw Makowski sulle strutture reticolari spaziali.

 


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