Nuova frontiera del “cinema emozionale”

Location: Amsterdam, NL
Designer: DMAA Delugan Meissl Associated Architects, Vienna, Austria
Project: Eye Film Institute
Team di progettazione: Sebastian Brunke, Alejandro C. Carrera, Ruben Van Colenberghe, Burkhard Floors, Gerhard Gölles, Daniela Hensler,Thilo Reich, Hendrik Steinigeweg
Project Manager: Philip Beckmann
Committente: ING – Real Estate
Consulenze tecniche:
Programmazione: Bureau Bouwkunde Rotterdam BV
Strutture: Abt-Adviseurs in Bouwtechniek, Delft
Impiantistica: Techniplan Adviseurs BV, Rotterdam
Studio di impatto ambientale: Peutz bv, Zoetermeer
Impresa principale: Bouwbedrijf M. J. de Nijs en Zonen BV
Profili in acciaio per facciate e coperture: Sistema Stabalux, Palladio SpA Treviso (Italia)
Documentazione fotografica: Iwan Baan ©DMAA
Condizione di mezzo tra terra ed acqua, tra centro e prima periferia, l’area di progetto va ben oltre il sedime dell’edificio mettendo in comunicazione spazi lontani fra loro non solo fisicamente ma anche culturalmente.

L’idea alla base del progetto per il complesso di sale cinematografiche e spazi espositivi “Eye Film Institute”  parte da un duplice percorso: la ricerca profonda di cosa significa “teatralità” per un edificio chiamato ad essere luogo di ritrovo, di cultura e di divertimento, unita alla riflessione urbanistica di un inserimento lungo la sponda fluviale nella moderna area di espansione a Nord di Amsterdam. Condizione di mezzo tra terra ed acqua, tra centro e prima periferia, l’area di progetto va ben oltre il sedime dell’edificio mettendo in comunicazione spazi lontani fra loro non solo fisicamente ma anche culturalmente. Del resto la missione di un istituto culturale è proprio questa.

L’area originariamente era di proprietà della Shell, un comparto allora completamente separato dalla città e di fatto inaccessibile.  Dallo spostamento della compagnia in un’altra zona, nell’area sono fiorite nuove e vitali attività di urbanizzazione: uffici, residenze, nuova rete di infrastrutture di collegamento, culminate con il progetto per l’Eye Film Institute. Overhoeks Tower  - la torre che campeggia all’interno del comparto – è l’unica testimonianza conservata nel nuovo progetto a ricordo del lavoro che qui un tempo si faceva.

L’articolazione interna all’edificio e quella delle aree esterne e con vocazione maggiormente urbana hanno innalzato la qualità complessiva dell’offerta di spazi aggregativi.

La sequenza dinamica degli spazi interni è chiaramente denunciata dalla geometria esterna caratterizzata da prospetti differenziati a seconda dei diversi punti di osservazione.

Le superfici cristalline dei prospetti riflettono e modulano la luce naturale delle acque del fiume IJ, mediandola e modificandola  nel momento in cui colpisce le superfici variamente inclinate, realizzate con componenti metallici e grandi superfici vetrate. Del resto è proprio il movimento della luce attraverso una pellicola ad essere alla base del processo cinematografico qui celebrato. Il principio è quello di traslare  in architettura l’illusione fondamentalmente creata dal movimento della luce, illusione che costituisce di fatto il fondamento della pellicola cinematografica. La configurazione progettuale degli spazi diviene una sorta di trama, l’architettura la sua scenografia.

La passeggiata lungo il fiume IJ conduce all’ingresso principale dell’edificio, continuando poi internamente lungo il prospetto interamente vetrato (lato Sud), fino a giungere al foyer. Oltre alle tre sale di proiezione, agli spazi  tecnici, al ristorante, è presente una grande galleria espositiva con aule didattiche flessibili nell’impianto ed all’occorrenza riaggregabili.

L’edificio ha una struttura mista:  cemento armato e strutture in acciaio. Il cuore in cemento armato corrisponde al basamento dell’edificio, alle opere idrauliche di contenimento del terreno (vista la vicinanza all’acqua) ed alla spina tecnica di distribuzione (scale, ascensori, locali tecnici). Le tre ali superiori dell’edificio hanno struttura in acciaio e partono dalla spina centrale, il contro-bilanciamento  a cui sono ancorate, con grandi strutture a mensola. L’impressione che se ne ricava è che tali strutture metalliche siano ali sospese, quasi svincolate dal basamento.

La facciata in componenti d’acciaio presenta un disegno filigranato che si smaterializza allontanandosi dalla costruzione. Montanti e traversi della facciata, pur di ridotte dimensioni,  assicurano il corretto controllo ed assorbimento delle tensioni derivanti da assestamenti e movimenti relativi dell’intera struttura.

Nell’organizzazione degli spazi, la vista verso la città ed il paesaggio circostante è sempre cercata e valorizzata, soprattutto nei due momenti culminanti in termini di socialità, ovvero prima e dopo lo spettacolo cinematografico.

Sviluppare un nuovo concetto di “cinema”, una sorta di spazio di mediazione (“intermediate space”)  che potesse generare valori aggiunti, oltre  all’esperienza usuale di recarsi al cinema.

In una società –come la nostra- che privilegia maggiormente la inter-connettività a scapito della possibilità di creare nuovi spazi in cui le persone si possano fisicamente incontrare, l’esperienza di andare al cinema crea ancora una comunità temporanea accumunata da un condiviso interesse.

Ecco allora che dopo la proiezione, si può sostare con gli amici ed ammirare il panorama lungo il fiume, visitare la parte museale, accedere a spazi per letture e conferenze.

L’idea condivisa e per molti aspetti triste che l’esperienza del visitatore di un cinema multisala sia banalmente commerciale, ovvero fredda accoglienza alla biglietteria, possibilità di acquisti di bevande e snacks, sosta all’interno di un box nero per vedere il film ed alla fine allontanamento dall’edificio attraverso una triste uscita secondaria non corrisponde minimamente all’“esperienza” che qui si sperimenta.

L’andare al cinema può essere anche qualche cosa di diverso, più ricco e stimolante, uno “spazio di mezzo” in cui sia fisicamente possibile incontrare persone e scambiare con loro idee. Lo spazio progettato invoglia ad attardarsi nel dopo-proiezione o post-visita allo spazio museale, incontrare amici e scambiare idee.

Non è tuttavia semplice progettare spazi che non solo rispondano bene  a requisiti funzionali razionali  ma che suggeriscano anche una ricchezza, uno stimolo per quella parte irrazionale,  quella dimensione inconscia così difficile da decodificare e progettare a priori.

L’esigenza primaria è quella di assicurare “aperture e flessibilità”, questo perché è spesso imperscrutabile e non ipotizzabile totalmente la reazione che le persone avranno all’interno degli spazi progettati.

Infatti, durante le prime fasi di progettazione e soprattutto per le aree di ristoro, è stato fondamentale l’apporto dato dal dialogo con il committente e con un campione di futuri fruitori.

La nuova costruzione si trova a metà strada tra la città virtuale – lo spazio della proiezione cinematografica – e la vista della città reale: Amsterdam. EYE offre due modalità di esperienza: quella immaginaria e quella sociale, dell’incontro fisico e reale.

Come un buon film non va mai a sottolineare troppo precisamente l’obiettivo, ma ci presenta le tante sfumature a contorno che lo compongono, così il nuovo polo si propone come spazio di transito, senza definizioni troppo rigide e preconfezionate per le possibili modalità di utilizzo.

 

Marina Cescon
Acciaio Arte Architettura 54