Renata Bonfanti: il coraggio del colore

Designer: Renata Bonfanti e Diego Chilò
Foto: Giustino Chemello
La tessitura artistica è l’attività alla quale Renata Bonfanti si dedica da cinquant’anni esercitando l’arte tra le più antiche e nobili diffusa in Europa già nel Medioevo

ma si deve ricondurre a Gropius e alle avanguardie la fonte di ispirazione dell’artista, la sua tendenza razionalista ha orientato le sue riflessioni e scelte,  pur conservando fedelmente la tecnica secolare.

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La formazione della Bonfanti comincia all’Istituto Statale d’Arte di Venezia – dal 1949 al ’51 – suoi maestri furono Giorgio Wenter Marini, architetto come il padre, e Anna Ackerdahl Balsamo Stella, designer e pittrice svedese. Il rapporto con il padre architetto e la collaborazione iniziale con lui portò la Bonfanti a progettare in modo diverso da quello scolastico e cioè tenendo conto della funzione dell’oggetto e soprattutto del suo rapporto con l’architettura. Negli anni di massimo fervore creativo che furono gli anni Cinquanta e Sessanta soprattutto a Milano con la nascita del design italiano, la Bonfanti ottenne premi e riconoscimenti e fece parte delle più prestigiose esposizioni, per citarne solo alcune: la Triennale di Milano, la Biennale di Venezia, il Contemporary Art Museum di Huston, il Museum Fodor di Amsterdam, il Pavillon de Marsan di Parigi. Verso la fine degli anni ’50 e durante tutti gli anni ’60 si  interessò molto all’industrial design ed è in quel periodo che nasce l’idea dell’Atelier in acciaio immerso nel verde in quella terra di confine che è la campagna tra Vicenza e Treviso, dove poter fare sperimentazione e ricerca sui nuovi materiali tessili: contrapporre fibre artificiali a lana, lino cotone, canapa giocando con i contrasti, le tramature, i colori.

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Risalgono a quegli anni le frequentazioni con personalità come Bruno Munari, Giò Ponti, Dino Gavina, Carlo Scarpa, Bruno Danese, Enzo Mari.

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“L’idea iniziale del laboratorio nasce da un gruppo di artisti: Alessio Tasca, scultore ceramista e Gigi Sabadin, designer di mobili. Insieme decidemmo di aprire questo atelier di gruppo ma il progetto non venne completato e restai io” spiega Renata Bonfanti “Lo spazio venne inaugurato nel ’70, il progetto della struttura è dell’architetto di Marostica Beppino Susani, la scelta si è rivelata adatta, tutt’ora funzionale”. Una struttura leggera, grandi luci realizzate con travi in acciaio lunghe più di 12 m, alle pareti lamiera grecata, pavimenti in gres marrone. “Quando si tratta di tessuti l’ambientazione è pericolosa – continua la Bonfanti – “ la luce deve essere ben calibrata e l’acustica perfetta, anche quando sono in azione i telai meccanici qui non c’è rimbombo, i colori dell’involucro non devono interferire con i tessuti, ecco perché si scelse l’acciaio, materiale che si presta al meglio per rispondere a queste esigenze”.

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All’interno della fabbrica si viene travolti dal colore: meravigliosi arazzi, tappeti, tovaglie, bobine di lane, tutto trasmette calore, amore per il lavoro e per la materia. “Oggi ai giovani manca il coraggio del colore,  si utilizzano solo i bianchi, i grigi, i neri, la mia esperienza cromatica si è sviluppata negli anni, tanta ricerca, progettazione. Dagli anni ’70 in poi mi dedicai sempre più spesso alla tessitura degli arazzi e i miei tappeti divennero sempre più decorati, più ricchi di colore, divennero degli arazzi da usare indifferentemente a pavimento come a parete; questa idea mi fu suggerita non dalla pittura bensì dall’architettura, ho sempre pensato alla tessitura come elemento architettonico e non riesco a disegnare un tappeto, un arazzo o un tessuto senza prefigurarmi la loro collocazione. Intervenire in uno spazio interno con una sequenza cromatica che lo modifichi o lo completi è sempre stato per me un argomento di massimo interesse.”

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Una tessitrice sta ultimando con telaio a mano un arazzo progettato da Renata Bonfanti, sarà collocato in una parete di una casa di fronte alle montagne: un cielo dalle delicate sfumature di azzurro che degradano diventando quasi rosate, un paesaggio sottostante dalle mille tonalità di verde, illuminato dalla luce naturale che lo avvolge diventa vivo, prende subito forma, non solo un elemento decorativo ma un’esperienza sensoriale.

 

Marzia Urettini
Acciaio Arte Architettura 54