Riflessioni dal dialogo con l’architetto Paolo Arveda

Project: Castello/Delizia di Belriguardo (Voghiera – FE): Particolari degli infissi delle bifore quattrocentesche
Da una piacevole e costruttiva conversazione con l’architetto Paolo Arveda sono emerse tematiche e spunti di riflessioni che legano il tema del restauro all’impiego del materiale acciaio.

Qui di seguito un primo breve estratto.

Si parla spesso di restauro, riferendosi molto spesso ad edifici storici, convenzionalmente “antichi”, mentre non ci si ricorda spesso di quella grande fetta del patrimonio tramandatoci  che comprende splendidi edifici dei primi del Novecento. Sono edifici importanti, che richiedono un grado di salvaguardia non solo formale. Come vive questa problematica, questa ricerca all’interno della quotidianità progettuale?

Ogni intervento di restauro ha in sé una valenza forte “interpretativa”, anche nella sola scelta delle parti da mettere in maggior luce, delle porzioni da conservare a discapito di altre.

L’acciaio ha indubbiamente una versatilità inconfutabile: mimetico ed al contempo espressivo, porta in sé la duplicità di componente “asettico” ed al contempo mezzo di espressione, questo senza mai scadere nel sottolineare in modo egemonizzante il nuovo.

Si può parlare per un restauro rispettoso di integrità del lessico formale, rispettoso della stratificazione delle fasi, delle azioni sul manufatto, e fra le azioni non ultima quella dell’intervento di restauro stesso che è anch’essa fase dell’intero complesso.

Quali sono le unità di misura, la scale da seguire nell’approccio all’intervento di restauro?

Nel campo del restauro si passa dai centimetri ai millimetri, ad esempio nella progettazione del dettaglio in acciaio. Questo la dice lunga sull’espressività del materiale a partire da una indubbia semplicità dello stesso. Spesso si verifica una scala diversa di progettazione a seconda del materiale che utilizziamo. Per l’acciaio è sempre una scala di dettaglio: si disegna per primo il nodo, ossia il cuore del sistema, il punto in cui dialogano le parti ed in cui si ascoltano. La scala del progetto vicina a quella del dettaglio sottolinea poi il valore di nobile “artigianalità” del mestiere di architetto. Guardando ad esempio ai disegni di carpenteria, la scelta del materiale (acciaio ndr) ti porta subito a ragionare sul nodo. In altre parole, data la fisionomia del disegno complessivo che vogliamo realizzare, si passa subito al cuore del progetto. Con quale altro materiale si riesce ad entrare così in profondità nel progetto, per analizzare i punti di attacco, i giunti di dilatazione, l’interfaccia, il punto di accostamento con altri componenti ed altri materiali? Questo significa anche un diverso modo di approcciarsi al tema progettuale, una scelta di fondo, che non parte dal voler semplicemente riprodurre un modello estetico, ma che trova la propria origine dalla comprensione delle qualità e dei limiti propri della specificità materica, del carattere stesso del materiale proposto. Quando ci spostiamo nell’impiego strutturale dell’acciaio, ci rendiamo subito conto del suo carattere espressivo e formale. Quando pensiamo all’ordine di grandezza delle forze in gioco, paragonando i 10 chili per centimetro quadro della muratura ai 30 del calcestruzzo, ai 60 del legno, arriviamo ai 1200 dell’acciaio, capiamo subito che siamo su un’altra scala di prestazione. Questa considerazione banalmente significa che tutti gli spessori portanti possono essere drasticamente ridotti. Altra caratteristica del materiale acciaio è l’“omoteticità”, ovvero l’omogeneità delle caratteristiche del materiale in ogni suo punto, caratteristica che ben pochi altri materiali  possono garantire. Altro dettaglio importante riguarda la finitura del materiale, l’aspetto esteriore: dalla bellezza già del materiale grezzo, l’acciaio commerciale definito “nero”, alle nichelature, spazzolature, ossidature superficiali, convertitori e trattamenti speciali con cere, sperimentazioni con olii riservati quest’ultimi a superfici non esposte preferibilmente ad agenti aggressivi esterni. La tendenza in molti miei interventi, ma è un discorso di scelta personale, è stata più quella di privilegiare trattamenti che lasciassero leggere la rugosità del materiale, evitando le plasticità uniformanti che tendono inevitabilmente a nascondere ed uniformare innaturalmente il materiale di partenza.

L’omogeneità del materiale è carattere spesso dato per scontato e non apprezzato completamente nelle sue importanti ricadute progettuali. Si pensi alle diverse accortezze che dobbiamo mettere in moto non appena andiamo a lavorare con materiali che per propria intrinseca natura non ci permettono di semplificare, considerandoli con sezione omogene (il legno in primis).

Un progettista nella dimensione artigianale?

La dimensione del progetto mi ha sempre portato a lavorare nella dimensione del dettaglio, dove tutto  quello che era parte di quel progetto era comunque valutato già in prima istanza da un punto di vista progettuale, di dettaglio. Questa dimensione fa sì che io mi senta una sorta di “artigiano del mestiere” e non guardo neanche con nostalgia o con una forma di sana invidia quei colleghi impegnati in grandi progetti. Questa dimensione l’ho sempre sentita come appropriata al mio modo di essere. Credo che ciascuno maturi anche una capacità di controllo della dimensione progettuale a lui più consona: la dimensione dello studio, la gestione di un determinato numero di collaboratori.

Come vede l’evoluzione delle tematiche del restauro nei prossimi decenni?

Il restauro nella prospettiva futura sarà sicuramente legato alla leggibilità dell’intervento ed al rispetto della “semantica” dei materiali e dei segni, come se sfogliassimo un libro, ovvero in autonomia del lettore e liberi di dettare i tempi di lettura che preferiamo e la possibilità di soffermarci sui particolari che riteniamo importanti al momento considerato. Si tratta sempre di un equilibrio delicato, una conoscenza progressiva dell’edificio, letture su scala differente e d anche in fasi temporali diverse.

Il restauro, il caso dell’Umbria post terremoto ad esempio, ha messo in luce anche esempi di recupero del patrimonio storico danneggiato dal sisma non propriamente consoni. Se il restauro – per finte ragioni – è legato e finalizzato al puro ottenimento di specifiche qualità di resistenza sismica dell’edificio, con conseguente smembramento dell’edificio,  demolizione parziale o totale e finta ricostruzione, allora forse il significato profondo di tale azione  risulta compromesso. Diverso è se si considera l’intervento di restauro come attenta analisi degli elementi di stratificazione, calibrazione della sensibilità interpretativa degli interventi. Un qualche cosa di leggibile come altro, come elemento che vada ad integrare le funzioni statiche dell’edificio e non solo. Il restauro è un processo progettuale ed anche una forma espressiva basata sulla semantica, ovvero “devo far leggere una cosa senza scriverla”. Il restauro lo dovresti capire attraverso la semantica dei materiali impiegati, le accortezze per far legger immediatamente – e senza bisogno di didascalie -  i segni. E’ come quando leggiamo una pubblicazione, non riusciamo mai a leggerla in un tutt’uno, ma la lettura passa attraverso lo sfogliare progressivo, in libertà e senza una guida obbligata. Questo non solo è come dovrebbe essere il restauro nel futuro ma è anche quello che dovrebbe essere sempre stato, ovvero la volontà di rendere leggibile la storia del manufatto da parte di chiunque. Se io faccio ad esempio un intervento di restauro estremamente sofisticato, ma siamo solo in poche persone a riuscire a leggere a decodificarlo, non è quello il significato ed il ruolo che dovrebbe possedere quell’intervento. Devo trasformare la lettura semantica dell’edificio in un linguaggio, in un bene comune.

Di Antonella Parisotto


Acciaio Arte Architettura 54