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Intervista a Gianfranco Cavaglià – Tavolo Gromolosa

Committente-promotore: Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, Dr. Alberto Maggia (Gestione immobili); MAC (Mestieri d’Arte Contemporanei) – Città Studi di Biella. Progetto coordinato con corso di formazione svolto al MAC – Città Studi di Biella
Responsabile del corso: Dr.ssa Patrizia Maggia. Progetto del tavolo finalizzato al corso di formazione: Arch. Gianfranco Cavaglià con la collaborazione di Arch.Anna Rita Bertorello
Docente nel corso di formazione per falegnami : Pietro Mosca
Fabbro per la struttura del tavolo: Giovanni Lazzarotto
Partecipanti al corso di formazione: Andrea Bagna, Denis Borsetti, Guido Ceretti, Giuseppe Chiri, Paolo Cuneo, Mustapha Drizi, CostantinoFerretto, Flavio Milani, Fabrizio Pianezze, Aldo Tosoni.
Fotografie: Paola Rosetta, Patrizia Maggia, studio Cavaglià
Le occasioni di ascolto, di confronto e scambio di idee con progettisti appassionati del loro lavoro di ricerca, progettazione e costruzione sono sempre momenti preziosi e da condividere.

Le occasioni di ascolto, di confronto e scambio di idee con progettisti appassionati del loro lavoro di ricerca, progettazione e costruzione sono sempre momenti preziosi e da condividere.

Nel colloquio con il prof. Gianfranco Cavaglià, progettista del tavolo gromolosa, le domande sono solo semplici spunti, incipit da cui scocca la risposta che si fa testo autonomo, riflessione più ampia sulle dinamiche della progettazione e realizzazione, avvincente racconto.

  1. [M.C.]Il tema del recupero, del valorizzare un patrimonio nascosto, talvolta dimenticato.

[G. C.] Ci troviamo in un caso di valorizzazione di un bene di grande qualità architettonica, una grande casa, un palazzo, che, nel tempo, risultava appannata per destinazioni d’uso che non avevano permesso una manutenzione adeguata alle caratteristiche originarie. La valorizzazione avviata in termini edilizi si è consolidata con destinazioni d’uso coerenti con l’edificio e con la configurazione distributiva e spaziale. La committenza, la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, attenta alla valorizzazione in senso ampio, comprese quelle conoscenze materiali e immateriali che rischiano di scomparire, considera e chiede di verificare la possibilità di fare realizzare, su progetto, alcune attrezzature con un corso di formazione per falegnami.         La prima azione fu il verificare la eventuale disponibilità di legno: la ricerca breve, in cantiere, in fase di ultimazione per i lavori di restauro, ancora presente una catasta di assi di legno di larice, residuo di una vecchia pavimentazione rimossa. Provvidenziale la mancata autorizzazione al trasferimento alla discarica da parte di Alberto Maggia, responsabile per la Committenza dell’intervento, che istintivamente non accettava che quel residuo non potesse essere utilizzato.  La verifica quantitativa e qualitativa, fatta dal falegname Pietro Mosca, possibile responsabile dell’ipotizzato corso di formazione, confermò, data la sua esperienza di falegname, per tradizione oltre che per professione, la possibilità di utilizzare quel residuo.

  1.  [M.C.] Insegnamenti recuperati dal dialogo con la figura del carpentiere, nell’unione delle conoscenze proprie di un falegname e di un fabbro. Il tema dei linguaggi, delle codifiche ed interpretazioni.

[G. C.]  Le assi di larice potevano essere considerate come l’avvio del progetto del corso di formazione e dei tavoli, dopo la conferma. Non facile riferire la sequenza precisa delle fasi che sono seguite. La sorpresa della qualità e dello stato di conservazione di quelle assi ha portato ottimismo in tutti e fiducia per proseguire. Le assi promettevano una qualità insperata proprio per le caratteristiche rilevate nel legno, per finezza, per presumibile età, per dimensioni (lunghezza di oltre 5m), per compattezza e peso, superiore alla media della specie: la qualità delle assi, è diventata la conferma definitiva di avvio del progetto del corso di formazione e del tavolo. Assi con quelle caratteristiche dovevano essere scoperte come materia, come conservazione, e la lavorazione del legno in massello è diventata il tema del corso di formazione. La scoperta che il legno si conserva nel tempo, che ha qualità che non conosciamo più (durata, natura della superficie percettiva, profumo) per occultamento con manti protettivi sempre più coprenti, che, con centinaia di anni, può essere riutilizzato; né si conoscono tutte le destinazioni precedenti. E’ ancora Pietro Mosca a riferire che da suo padre e da suo nonno aveva sentito dire di non avere mai lavorato, in piccole sezioni, larice di primo impiego, sempre di recupero.

In parallelo, la stesura del programma dei contenuti del corso di formazione, con l’intenzione di realizzare un capodopera, e la prosecuzione del progetto del tavolo che avrebbe dovuto considerare le attività delle fasi esecutive.

La conoscenza del legno, attraverso il recupero delle assi, come sostanza e le lavorazioni sul massello erano più che sufficienti, non si doveva aggiungere altro. Determinante l’esperienza di Mosca nel definire il programma del corso sulla lavorazione del legno in massello: per conoscere le caratteristiche del legno. Non un corso di addestramento tecnico ma di conoscenza di una sostanza che deve essere lavorata.  Forse questo il passaggio a considerare il legno come piano d’appoggio su una struttura di acciaio e l’abbinamento, tradizionale: legno ferro.

Legno per le superfici, per le parti a contatto con l’utente, ferro per la struttura. La struttura di acciaio, esterna al corso e fatta eseguire da un fabbro, è stata oggetto di presentazione, ai partecipanti al corso, come progetto e come campioni durante l’esecuzione: erano consapevoli che la struttura d’acciaio era la destinazione delle parti di legno che stavano eseguendo ed in quella dovevano essere montate, senza aggiustamenti. Le relazioni tra lavorazioni molto precise, che richiedono di considerare le tolleranze di lavorazione, sono state parte significativa dell’esperienza. L’obiettivo del capodopera ha implicato che ciascun elemento venisse realizzato e finito per poter essere montato senza aggiustaggi. Le connessioni, solo meccaniche, ferro – legno sono state oggetto di successivi perfezionamenti tra falegnami e fabbro: uniti nella condivisione del linguaggio, disegni, particolari, misure in millimetri e sequenza delle fasi di montaggio.

Ferro e legno a vista, per percepire, toccare la natura della loro sostanza, senza protezione, suggerendo di accettare il decadimento che può derivare dall’uso, nella consapevolezza che la trasformazione non è solo decadimento, e che con la cura cresce la patina. La lavorazione del metallo, ovviamente, non poteva essere compresa nel corso per falegnami, ma le caratteristiche di tale lavorazione sono state trasmesse con la partecipazione agli incontri di definizione dei lavori con il fabbro, e la loro interazione si è mostrata attiva. La consuetudine del fabbro ad esprimersi in millimetri ha portato ad acquisire che le indicazioni di Mosca, per le lavorazioni, non erano affette da perfezionismo ma da consuetudine di lavoro. La lavorazione dell’acciaio ha sempre un ruolo di coordinamento e di ordinamento per le lavorazioni di relazione: anticipa le dimensioni finali in modo definito e più vincolato dell’opera del falegname, al quale si attribuisce, sempre, la possibilità di un aggiustaggio diretto.

  1. [M.C.]  La storia di un progetto: il tavolo “gromolosa” tra rimandi del passato, conoscenza dei materiali e delle lavorazioni specifiche, nuova concezione progettuale e definizione di un metodo, di una strategia di ideazione e realizzazione calibrata per lo specifico progetto.

[G. C.]  La tua osservazione di ‘nuova concezione progettuale’ si associa alle lucide osservazioni di Enzo Mari[1] che chiede motivazioni per nuovi progetti: “proviamo a ritornare ad una dimensione più locale della produzione e del consumo, a investire , nel limite del possibile, nella produzione artigiana, oltre che in scuola e cultura[2]”. Le sue osservazioni ci richiamano a verificare il senso di ciò che si fa rispetto al contesto nel quale ci si trova. Nel nostro caso il progetto ha una committenza saggia: ha richiesto un progetto per un tavolo da lavoro e, a volte, da pranzo per la sala di un palazzo ma con la condizione di coordinare il medesimo con il programma per un corso di formazione per falegnami. La commissione per il progetto di un tavolo porta con sé le indicazioni delle modalità dell’esecuzione in un corso di formazione. Condivido la tua espressione “concezione progettuale e definizione di un metodo”: questo tipo di esperienza non sarebbe possibile nella logica della produzione, lo può essere, invece, in quella della formazione. Nella produzione gli operatori devono essere formati e, nella definizione del processo, si è più portati progressivamente a banalizzare piuttosto che a richiedere abilità. E se non viene richiesta conoscenza ed esperienza, questa progressivamente scompare: non è più necessaria; la conseguenza: il legno non è più legno, il ferro non è più ferro, si richiede solo l’aspetto di ciò che si immagina.

La fase successiva alla verifica della disponibilità di legno, condizione necessaria per un corso di  formazione per falegnami, è stata la prima azione progettuale che ha portato ad un esito insperato: trovare, nel residuo abbandonato, un legno con qualità che non sarebbe stato possibile reperire nel mercato più selezionato. Di questa esperienza vorrei evidenziare due osservazioni: ciò che rischiava, nella logica più diffusa, di andare alla discarica come rifiuto oneroso (sporco di colla) nascondeva un piccolo tesoro vegetale, ed una osservazione di metodo, l’indicazione del guardarsi intorno, in termini di prossimità, per opportunità che neppure vediamo.

  1. [M.C.]  Tavolo “gromolosa”, acciaio e legno: due mondi di progettazione e di caratteristiche a confronto, specialmente nell’occasione di ragionare e progettare considerando elementi in cui i due materiali coabitano, riservando funzioni e valorizzando vocazioni diverse.

[G. C.]  La pulizia delle assi, eseguita manualmente, ha permesso di scoprire, nel vero senso della parola, a poco a poco, il legno, di vederlo comparire, raschiata dopo raschiata e di percepire il profumo di resina che ancora proveniva dalle fibre scoperte. Il recupero ha richiesto tempi e impegno ed è stato naturale pensare che quelle assi dovessero essere mantenute tali, senza ulteriori lavorazioni di incastri, e semplicemente appoggiate in un supporto. Quelle assi non erano semilavorati da utilizzare ma prodotti finiti da mantenere tali e renderli visibili ad altri nella varietà materica delle superfici. Pari attenzione per l’acciaio con le richieste di eseguire le poche saldature in posizioni definite, non in vista, e che le altre lavorazioni considerassero di rimanere visibili e del volere mantenere la finitura della produzione, con la calamina. Ancora una considerazione deve essere fatta a proposito dell’attività che Patrizia Maggia, da anni, sviluppa nel MAC, Città Studi Biella, già Centro di Arti Applicate Kandinskij: i corsi di formazione (dalla tessitura alla scrittura alla realizzazione del feltro e degli arazzi, della ceramica), aperti ed anche, a volte, finalizzati ai bambini, fanno fare una esperienza diretta di un lavoro a partire dalle basi, con un metodo che coinvolge e gratifica immediatamente vedendo il risultato di ciò che si fa. Fare per capire, sperimentare in modo diretto, andare alle radici del fare. Non trascurare la gratificazione, negli esecutori, nel constatare la compatibilità e la corrispondenza nel montaggio delle parti eseguite, struttura di acciaio ed elementi di legno , secondo quanto previsto con le misure e le tolleranze di progetto.

  1. [M.C.] La linea di progetto seguita per l’ideazione, ingegnerizzazione dei componenti del tavolo e loro realizzazione.

[G. C.] La richiesta iniziale: “tavolo da lavoro e, a volte da pranzo”. Tavolo da lavoro, da riunione: il pensiero ai computer portatili e, se la riunione è lunga, presto ai fili dei caricatori per il collegamento all’alimentazione elettrica: punti di alimentazione. Sotto il piano, in corrispondenza delle postazioni prevedibili, le prese di alimentazione, raggiunte da una distribuzione di conduttori all’intradosso del piano, provenienti da un unico elemento centrale, una quinta gamba un po’ speciale, con la sede per il passaggio dei conduttori.

La quinta gamba, oltre alla salita dei conduttori da un unico punto di alimentazione, contribuirà ad interrompere la luce degli appoggi alle estremità (270 cm circa) ed a contenere le dimensioni dello spessore della struttura di ferro.

[M.C.]  Elementi figurativi del progetto: le connessioni, le finiture, lo stacco tra i componenti, la lettura delle linee di forza e degli irrigidimenti dello scheletro portante.

[G. C.] Sino ad ora abbiamo parlato di ambiente, di valorizzazione, di recupero, di programma per corso di formazione, non sono comparsi, come dici, elementi figurativi. Vorrei essere sincero, e non lo sarei se dicessi che non erano presenti nello sviluppo del progetto: però questi sono stati sempre sotto lo strato delle richieste iniziali, degli obiettivi esposti, del cercare di rispondere alle richieste che emergevano nello sviluppo del progetto. Lo conferma la quinta gamba che comparsa nella logica dello sviluppo del progetto, sembra di qualche interesse figurativo. E’ un progetto con una connotazione tettonica, nel senso che la forma trova una forte connessione con la costruzione, senza che questa, la forma, sia una pura conseguenza della costruzione.

Per riprendere la tua espressione a proposito  degli “elementi figurativi” direi che sono stati molto individuati attraverso le fasi del progetto.

Le attenzioni per le presumibili variazioni dimensionali del legno diventano stacchi, elementi anche formali; analogamente le assi, in semplice appoggio nella sede di acciaio con elementi di trattenimento: diversi tra le assi, tra loro, e tra queste con la cornice. Queste semplici operazioni hanno avuto un ruolo non trascurabile sul prodotto finale: per le connessioni laterali la scelta delle viti e delle relative posizioni; per le connessioni tra le assi ancora l’utilizzo di un elemento esistente, anziché un inserto di produzione, una moneta fuori corso; per l’immediato associazione al ricordo delle monete in lire, molto belle e resistenti all’uso, e quella da 50 lire con l’uomo che lavora il ferro sull’incudine (rappresentazione del 1958 di Efesto, Vulcano, dio dell’olimpo, brutto, storpio, grande artigiano). La moneta fuori corso come elemento di inserto ha avviato una partecipazione nella ricerca della medesima: mi auguro che dell’esperienza non prevalga la quota, un po’ retorica dell’effige di Vulcano, quanto il constatare quante disponibilità nascoste sono trascurate (imparare a vedere).  Il tavolo è completamente smontabile, se dovesse essere trasportato o riposto il volume corrisponderebbe al piano ed all’insieme delle cinque gambe; la raccomandazione per l’uso è di non proteggerlo con vernici e di accettare le trasformazioni che avverranno nell’uso e con una pulizia con acqua e sapone neutro.


[1] “varrebbe la pena di generalizzare l’idea che l’etica è l’obiettivo di ogni progetto (equiparabile al giuramento d’Ippocrate” p. 153 ENZO MARI, 25 modi per piantare un chiodo. Sessant’anni di idee e progetti per difendere un sogno, Arnoldo Mondadori editore, 2011, Milano.

[2] Pag. 158 ENZO MARI op.cit.

Chiara Centineo
Acciaio Arte Architettura 60