Forte Dossaccio

Location: Paneveggio (Predazzo, Trento)
Designer: Prof. Arch. Paolo Faccio
Project: Consolidamento strutturale e recupero del Forte Dossaccio . Werk Dossaccio
ProgettistaProf. Arch. Paolo Faccio
Responsabile del procedimento : Arch. Sandro Flaim
Coordinatore alla progettazione : Arch. Michela Favero
Collaborazioni: ing. Alvise Miozzo, arch. Valentina Puglisi, arch. Paola Scaramuzza.
Impresa di costruzione: Impresa Moletta
Periodo di realizzazione: 2011 – 2014
Ultimazione: 2014
Committente: Provincia Autonoma di Trento
Profili in acciaio per serramenti: Palladio SpA, Treviso
Foto: Studio Prof. Arch. Paolo Faccio
Il restauro del Forte Dossaccio fa parte di un ampio programma di interventi di recupero dei siti della Grande Guerra. Si tratta di un forte militare austroungarico

Il restauro del Forte Dossaccio fa parte di un ampio programma di interventi di recupero dei siti della Grande Guerra. Si tratta di un forte militare austroungarico, posizionato a quota 1838 metri sul monte omonimo nei pressi di Predazzo, in provincia di Trento. Il forte fungeva da baluardo alle incursioni da oriente ed apparteneva al così detto “Sottosbarramento di Paneveggio“, facente a sua volta parte di quello di  Passo Rolle, nel grande sistema di fortificazioni austriache al confine italiano.

La  sua forza evocativa e di testimonianza storica ed umana è stata sempre spinta propulsiva a partire proprio dall’epoca della sua costruzione, per continuare poi nei periodi più difficili di guerra, di depredazione e di abbandono, tanto da risultare caparbiamente presente anche nelle fasi temporali più vicine a noi, quelle del recupero a nuova vita. Si pensi solo -ad esempio- alle fasi di cantiere: un sito di questa natura e posizionato ad alta quota necessita di una minuziosa organizzazione per gli approvvigionamenti dei materiali, di uno studio accurato della logistica nei tempi contingentati in cui è fisicamente possibile condurre il cantiere.

Una società civile è una società che conserva e tramanda la memoria, ed è proprio in queste due azioni congiunte che prende forma il progetto –prima- ed il cantiere poi. Il  progettista dell’intervento prof. Paolo Faccio  sottolinea come vi sia sempre il pericolo, nel tentativo di approntare prima un progetto e poi un cantiere così complesso, di tramandare alle future generazioni un simulacro completamente svuotato dal proprio carattere distintivo, caricato invece di destinazioni d’uso e di significati che talvolta possono apparire incongrui o che mal si coniugano con la vera natura dei manufatti, dei luoghi. La ricerca della sostenibilità alla trasformazione, intesa sia per il manufatto sia per il contesto, si configura come linea guida di metodo e di concetto. Si tratta di un processo di mediazione e costante negoziazione fra istanze di salvaguardia e conservazione e necessità di promozione atta a  garantire una gestione socio-economica efficace dei beni tutelati, in questo caso del forte e delle sue pertinenze.

Ne è un esempio la difficoltà di aderire alla logica che vorrebbe un forte posizionato ad alta quota, realizzato storicamente con impiego di componenti tecnologici destinati ad uso bellico – materiali spartani e minimalisti – essere trasformato in uno spazio museale, con ambienti  sofisticatamente regolati dal punto di vista  termo-igrotermico ed illuminotecnico, caratterizzati da percorsi completamente accessibili ed in sicurezza totale per i visitatori, visitatori ai quali magari sia poi consentito arrivare in questi luoghi in grande numero e trasportati da autoveicoli in modo incontrollato e indiscriminato ai fini della tutela delle risorse dell’ambiente. Non era questa sicuramente la logica che doveva caratterizzare l’avventura del progetto di recupero del forte, e da questa consapevolezza si è partiti con il progetto.

Forte Dossaccio nasce tecnicamente già vecchio e superato dal punto di vista dell’utilizzo bellico, ma incarna un preciso momento di importante transizione nel modo di costruire. La piazzaforte costituisce uno degli ultimi esempi di costruzione con impiego di materiali tradizionali, quali legno e muratura. Compaiono in quel momento storico i primi impieghi dei nuovi materiali, come calcestruzzo ed acciaio e relative nuove tecniche realizzative. Una costruzione quindi sperimentale nella tecnica ma obsoleta per la funzione bellica, tant’è che il forte fu presto abbandonato, spogliato, depredato di quanto potesse essere reimpiegato come materiale edile, fino a diventare rudere ed essere a suo modo re-inglobato nella natura circostante.

Quale destinazione possibile? Ecco allora una serie di immagini in soccorso: la visione dal vallo, con percorsi che possono emozionare il visitatore con le aperture rivolte ai panorami lontani, l’affaccio del ponte verso il luogo dove la tradizione vuole la presenza di un punto di osservazione delle spie nemiche, gli accessi ricavati da brecce.

All’interno del forte lo spazio ricorda le macchine piranesiane: un grande ambiente voltato a doppia altezza in cui le forti luci alternate agli spazi in quasi completa oscurità disegnano una grande macchina scenica. L’unicità di Forte Dossaccio è rintracciabile proprio qui: << (…) scheletro di macchina bellica, carcassa resa vitale e immortale dalla propria corruzione, dal proprio progressivo modificarsi e naturalizzarsi. Fortezza  dove le memorie della Grande Guerra sono da rivivere in percorsi mentali, riappropriandosi non tanto di oggetti reperiti qua e là, ma di sequenze di spazi rituali come il passaggio della guardia, il tragitto dell’ufficiale verso le camerate della truppa, il passo del consegnato verso la cella ed il viaggio delle munizioni verso il punto di sparo.

Il progetto di recupero prevedeva l’illustrazione e concretizzazione fisica dei percorsi della memoria, ovvero una serie di tracciati che permettessero accessi e nuove visioni all’interno del forte. Il percorso di accesso doveva avvenire attraverso un ponte panoramico ed una passerella sul vallo. L’impiego di terre armate e di muri di sostegno in pietra e calcestruzzo ha permesso di consolidare le condizioni di instabilità dei vari punti di sostegno per le nuove passerelle e strutture, salvaguardandone la funzione strutturale identificativa come vera e propria essenza di una gran parte degli elementi del forte.

Uno dei temi dell’intervento è stato quello dell’integrazione nei riguardi delle ampie parti mancanti, in particolare per le bocche da fuoco pesantemente danneggiate e depredate per le parti metalliche originarie. La linea progettuale è stata quella di non perseguire né una ricostruzione formale né tantomeno una legata ai materiali originari. Piuttosto il criterio progettuale doveva rispondere ad istanze più profonde: << (…) la grande carcassa aveva assunto il fascino della vecchia fortezza abbandonata, spoglia, unico materiale prevalente, la pietra. (…) Acciaio, calcestruzzo e legno sono stati i materiali prescelti, tutti con una unica declinazione che avrebbe accumunato e caratterizzato l’opera.

Tutti gli elementi di carpenteria, i telai dei serramenti in acciaio, le lastre metalliche di rivestimento (delle dimensioni analoghe a quelle dei grandi blocchi in pietra della muratura esistente e chiaro riferimento alla memoria tecnologica rintracciabile nei grandi scudi metallici a protezione delle porzioni di muratura rivolte  verso il fronte nemico) sono caratterizzati da un’uniformità di trattamento superficiale mediante lavorazione di brunitura. Il tema dell’integrazione è visibile anche all’interno del forte: la struttura dei nuovi collegamenti verticali prevede l’utilizzo di lamiere presso-piegate microforate e con struttura a giorno, in modo tale da lasciar intravvedere quello che rimane delle scale originarie. Da qui, le riflessioni sul tema del margine, quei punti di contatto tra elemento originario e nuova struttura. Il rapporto tra antico e nuovo si traduce attraverso uno scostamento dei due piani, nello studio delle velature per l’omogeneizzazione cromatica nella sempre chiara possibilità di identificazione del nuovo, senza perdere però la visione unitaria d’insieme.


Marina Cescon
Acciaio Arte Architettura 61